Quando gli impegni dipendono
da come ci sentiamo.
Emozioni, libertà di scelta e responsabilità verso gli altri.
«Ti faccio sapere». «Vediamo come mi sento». «Oggi mi sa che non me la sento tanto».
Sono espressioni comuni: accompagnano un invito a cena, un appuntamento, un programma per il fine
settimana. Possono raccontare un’incertezza legittima. Ma che cosa succede quando il sentire del momento
diventa il criterio decisivo per assumere, mantenere o rimettere in discussione un impegno?
Uno spunto prezioso arriva dal libro di Silvia Guarnieri Emozioni e legami. Dalla cecità al benessere emotivo,
che invita a riconoscere ciò che proviamo e a sviluppare consapevolezza emotiva. Le emozioni abitano i
nostri incontri: danno calore a una promessa, rendono desiderabile un momento insieme, ci fanno avvertire
la distanza di qualcuno. Imparare a riconoscerle significa dare voce a una parte intima di noi.
Da questo spunto nasce una mia riflessione su un rischio apparentemente opposto: attribuire alle emozioni
del momento un’autorità tale da lasciare che decidano, spesso, il destino delle nostre scelte.
Propongo di chiamarlo iperemotivizzazione dell’impegno: una definizione di lavoro, non un termine scientifico già
riconosciuto. È ciò che può accadere quando il nostro «ci sarò» diventa, implicitamente, «ci sarò se mi sentirò
ancora come adesso».
Impegno e obbligo: una differenza che conta
Distinguere l’impegno dall’obbligo ci aiuta a comprendere come viviamo le nostre scelte. Nell’obbligo
percepiamo soprattutto un’imposizione: facciamo qualcosa perché dobbiamo, spesso per evitare
conseguenze negative.
Nell’impegno riconosciamo una nostra scelta e accettiamo anche gli sforzi e le rinunce che comporta.
La differenza emerge quando l’entusiasmo diminuisce. Avevamo accettato un invito con piacere;
avvicinandosi il momento, ci sentiamo meno coinvolti.
Quello che proviamo merita ascolto, ma anche una domanda:
è cambiato ciò che vogliamo oppure è cambiato come ci sentiamo in questo momento?
Una serata può interessarci ancora, anche se abbiamo meno slancio di quando l’abbiamo organizzata.
E una scelta può conservare il suo valore senza essere accompagnata, ogni volta, dallo stesso entusiasmo.
Emozioni, libertà di scelta e responsabilità verso gli altri.
«Ti faccio sapere». «Vediamo come mi sento». «Oggi mi sa che non me la sento tanto».
Sono espressioni comuni: accompagnano un invito a cena, un appuntamento, un programma per il fine settimana. Possono raccontare un’incertezza legittima. Ma che cosa succede quando il sentire del momento diventa il criterio decisivo per assumere, mantenere o rimettere in discussione un impegno?
Uno spunto prezioso arriva dal libro di Silvia Guarnieri Emozioni e legami. Dalla cecità al benessere emotivo, che invita a riconoscere ciò che proviamo e a sviluppare consapevolezza emotiva. Le emozioni abitano i nostri incontri: danno calore a una promessa, rendono desiderabile un momento insieme, ci fanno avvertire la distanza di qualcuno. Imparare a riconoscerle significa dare voce a una parte intima di noi.
Da questo spunto nasce una mia riflessione su un rischio apparentemente opposto: attribuire alle emozioni del momento un’autorità tale da lasciare che decidano, spesso, il destino delle nostre scelte.
Propongo di chiamarlo iperemotivizzazione dell’impegno: una definizione di lavoro, non un termine scientifico già riconosciuto. È ciò che può accadere quando il nostro «ci sarò» diventa, implicitamente, «ci sarò se mi sentirò ancora come adesso».
Impegno e obbligo: una differenza che conta
Distinguere l’impegno dall’obbligo ci aiuta a comprendere come viviamo le nostre scelte. Nell’obbligo percepiamo soprattutto un’imposizione: facciamo qualcosa perché dobbiamo, spesso per evitare conseguenze negative.
Nell’impegno riconosciamo una nostra scelta e accettiamo anche gli sforzi e le rinunce che comporta. La differenza emerge quando l’entusiasmo diminuisce. Avevamo accettato un invito con piacere; avvicinandosi il momento, ci sentiamo meno coinvolti.
Quello che proviamo merita ascolto, ma anche una domanda:
è cambiato ciò che vogliamo oppure è cambiato come ci sentiamo in questo momento?
Una serata può interessarci ancora, anche se abbiamo meno slancio di quando l’abbiamo organizzata. E una scelta può conservare il suo valore senza essere accompagnata, ogni volta, dallo stesso entusiasmo.
Emozioni, libertà di scelta e responsabilità verso gli altri.
«Ti faccio sapere».
«Vediamo come mi sento».
«Oggi mi sa che non me la sento tanto».
Sono espressioni comuni: accompagnano un invito a cena, un appuntamento, un programma per il fine
settimana. Possono raccontare un’incertezza legittima. Ma che cosa succede quando il sentire del momento
diventa il criterio decisivo per assumere, mantenere o rimettere in discussione un impegno?
Uno spunto prezioso arriva dal libro di Silvia Guarnieri Emozioni e legami. Dalla cecità al benessere emotivo, che invita a riconoscere ciò che proviamo e a sviluppare consapevolezza emotiva.
Le emozioni abitano i nostri incontri: danno calore a una promessa, rendono desiderabile un momento insieme, ci fanno avvertire la distanza di qualcuno. Imparare a riconoscerle significa dare voce a una parte intima di noi.
Da questo spunto nasce una mia riflessione su un rischio apparentemente opposto: attribuire alle emozioni del momento un’autorità tale da lasciare che decidano, spesso, il destino delle nostre scelte.
Propongo di chiamarlo iperemotivizzazione dell’impegno: una definizione di lavoro, non un termine scientifico già riconosciuto.
È ciò che può accadere quando il nostro «ci sarò» diventa, implicitamente,
«ci sarò se mi sentirò ancora come adesso».
Impegno e obbligo: una differenza che conta
Distinguere l’impegno dall’obbligo ci aiuta a comprendere come viviamo le nostre scelte. Nell’obbligo percepiamo soprattutto un’imposizione: facciamo qualcosa perché dobbiamo, spesso per evitare conseguenze negative.
Nell’impegno riconosciamo una nostra scelta e accettiamo anche gli sforzi e le rinunce che comporta.
La differenza emerge quando l’entusiasmo diminuisce.
Avevamo accettato un invito con piacere; avvicinandosi il momento, ci sentiamo meno coinvolti.
Quello che proviamo merita ascolto, ma anche una domanda:
è cambiato ciò che vogliamo oppure è cambiato come ci sentiamo in questo momento?
Una serata può interessarci ancora, anche se abbiamo meno slancio di quando l’abbiamo organizzata.
E una scelta può conservare il suo valore senza essere accompagnata, ogni volta, dallo stesso entusiasmo.
Per evitare di essere accusato di aver citato solo esempi che avvalorano il suo ragionamento, Pang usa le ricerche dello psicologo svedese Anders Ericsson, il cui studio dei violinisti - che costituisce peraltro la base della discussa "regola delle diecimila ore" -
conferma le sue scoperte.
Siamo creature ritmiche, e quella parte del nostro ciclo vitale che permette al cervello di non sovraccaricarsi è altrettanto essenziale per il risultato finale.
Il punto non è che il mondo sarebbe un posto migliore se nessuno si sentisse obbligato al lavorare per molte ore, nonostante questo sia vero. Il fatto è che per quanto riguarda qualsiasi lavoro minimamente creativo, una cultura che non dà spazio al riposo è condannata alla sconfitta, anche solo per quanto riguarda i risultati finali.
Adam Smith lo aveva previsto: "L'uomo che lavora in maniera cosi moderata da riuscire a lavorare in maniera costante non solo preserva più a lungo la propria salute ma, nel corso di un anno, esegue la maggiore quantità di lavoro possibile". Pure Leonard Woolf, descrivendo le sue abitudini lavorative e quelle di Virginia, sosteneva le molte virtù del "poco e spesso", quando diceva: "È sorprendente quanto possa produrre una persona in un anno, che si tratti di pagnotte, libri, vasi o immagini, se lavora duro e in maniera professionale per questo obiettivo", tenetevi forte, "per tre ore e mezza ogni giorno".
E forse la cosa non vale solo per i lavori creativi. Mezzo secolo fa l'antropologo Marshall Sahlins sollevò un polverone quando suggeri che gli esseri umani delle società di cacciatori-raccoglitori non lottassero costantemente per la sopravvivenza ma che, al contrario, fossero riusciti a costruire "the original affluent society" (la società benestante delle origini) limitando le loro necessità e poi soddisfacendole.
Utilizzando dati provenienti dall'Africa e dall'Australia, ha calcolato il numero di ore che i cacciatori-raccoglitori dedicavano al lavoro ogni giorno al fine di nutrire tutta la comunità. E la risposta è proprio quella: "Dalle tre alle cinque ore". Non pensate che sia arrivato il momento di accettare il suggerimento?